PRIMA DI DIMENTICARE





PREFAZIONE 
Gianluca Granata riflette sulla figura dell’anziano: un tempo detentore di memoria e oralità, ora è simbolo del decadimento fisico. Granata ritrae invece gli anziani innescando un gioco di relazioni in cui ogni elemento ha un ruolo preciso: il “giovane anziano” è portatore di una storia, il fotografo è un bambino curioso di sapere. Il meccanismo viene espresso con poesia da fotografie che rimandano ai vecchi album di famiglia e l’osservatore è portato a immedesimarsi nel fotografo con lo stesso spirito di curioso ascoltatore.

Roberto Mutti

Premessa:
La società così come la vediamo con gli occhi di oggi, si rivela sempre più come un caleidoscopio dai ritmi turbinosi individuabili nei repentini cambiamenti che si realizzano a velocità sempre più elevata grazie ai mezzi di trasporto, di comunicazione, di informazione.
Di fronte a tali dinamiche, le categorie cosiddette “deboli” (ad es. anziani, poveri, immigrati, minori) appaiono sempre più vulnerabili rispetto alle dinamiche sociali contemporanee, manifestando il bisogno di trovare delle modalità “giuste” di una efficace e dunque efficiente integrazione.
Per essere tale, questa integrazione deve andare di pari passo con la crisi del welfare dove alle istituzioni e allo Stato ormai incapaci di gestire l’emergenza, vengano affiancate delle nuove realtà “decentrate” e per questo più vicine alle aree di sofferenza e di crisi.
La parabola dell’anziano, costituente per antonomasia l’archetipo più rappresentativo delle cosiddette categorie deboli si pone alla base della mia idea progettuale.
L’anziano, nel corso della storia è stato visto in maniera sostanzialmente bipolare all’interno delle diverse società ossia “il saggio da venerare o il negletto da allontanare e lasciar morire in solitudine…
Nella società di oggi, l’anziano è essenzialmente “supportato”: la “rivoluzione” demografica (miglioramento delle condizioni igieniche ed economiche su vasta scala, allungamento aspettativa di vita e vita media) che ha percorso il Novecento, ce lo consegna infatti come una
componente essenziale della nostra comunità in continuo aumento progressivo tendenziale. Arrivare ad essere vecchi non solo non rappresenta più un’ eccezione ma, anno dopo anno aumenta il numero degli anziani mentre diminuisce quello dei nuovi nati in rapporto crescita sociale.
In realtà, guardando avanti, la società che supporta l’anziano non ha più futuro in quanto entità poi inevitabilmente sostituita dal supportato.
Giochi di parole a parte, la parabola dell’anziano ci svela alcuni interessanti argomenti spunto del mio lavoro nonché, le fondamenta su cui l’esposto progetto radica la sua forza in termini di sostenibilità sociale.
Scopo principe dell’esposta galleria fotografica, risulta quindi la rivalorizzazione di quei principii solidaristici estremamente necessari alle attuali esigenze di ricrescita socio-cuturale ed economica poste alla base di un recupero scaturito da un’inversione di tendenza antimaterialista che sempre più spazio acquisisce nell’altamente instabile assetto sociale contemporaneo.
Gran parte della cultura figurativa del Novecento, ha seguito questa linea identificativa dello invecchiare in perfetta sintonia con le voci più volgarmente aggressive di quella modernità che ha rotto il tenue filo che ancora ci legava all’antica tradizione dell’oralità contadina la quale, spesso prevedeva come narratore privilegiato proprio una positiva figura di anziano ossia il “nonno”.
Nelle immagini dell’artista Gianluca Granata, questo inevitabile evento della nostra recente storia sembra non essere mai accaduto e il classico accento legato alla figura dell’anziano se ancora esiste è istintivamente celato da una tenue poesia del quotidiano e della memoria che almeno a quanto sembra, non fatica per nulla ad imporsi.
Ciò che il fotografo innesca, è un divertito gioco di relazione in cui, ogni elemento svolge un ruolo preciso: il “giovane anziano”, quella del portatore di una intrigante storia, il fotografo quella del bambino curioso e ansioso di ascoltare. In tal modo, le consuete distanze generazionali decadono e la paventata possibilità di smarrire la ricchezza di un vissuto prezioso non esiste più.
E’ così che nei tratti di questi “storici” personaggi, gli episodi difficili, le gioie che il tempo ha sbiadito, le ansie ormai invecchiate, sembrano stemperarsi in un oceano capace di diluire anche gli eventi più intensamente vissuti per cui le espressioni si aprono a teneri sorrisi, a dolci carezze di sguardi, ad occhi sognanti solo per la necessità narrativa del momento.
Ciò che avvolge lo spettatore (perfettamente incarnato dal fotografo nel suo convinto ascoltare quasi a suggerirci di fare altrettanto), è la risposta generosa, serena e disponibile di chi segretamente conosce il mistero della vita. 

Sono infatti occhi di indulgenti nonni quelli che traspaiono dalle immagini dell’artista Granata Gianluca sguardi di tale indulgenza da perdonare saggiamente, gli eccessi dei nostri tempi (spesso arroganti e presuntuosi) e da rinnovarci “PRIMA DE SCURDAS’’, il senso di una necessaria speranza.

Granata Gianluca 









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